Addio a Mike Nichols, regista premio Oscar de Il Laureato

Muore a 83 anni un autore che ha raccontato le trasformazioni della società americana dagli anni Sessanta in poi. Coltivò parallelamente le sue due grandi passioni, il teatro, dal quale proveniva, e il cinema.

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È morto a 83 anni Mike Nichols, il regista de Il laureato, col quale vinse il premio Oscar. Appartenne alla generazione di mezzo, quella successiva alla Hollywood classica che preparò il terreno alla New Hollywood di Spielberg, Coppola e Scorsese.

Tedesco di famiglia ebreo-russa emigrata in America durante il nazismo, Nichols ebbe una formazione teatrale, Actor’s Studio, cabaret in coppia con Elaine May e poi il grande successo a Broadway con le commedie di Neil Simon, La strana coppia e A piedi nudi nel parco. Di lì il salto al cinema, nel quale Nichols seppe annusare l’aria che spirava negli anni Sessanta, tra disillusione sociale e fermenti generazionali. L’esordio nel 1966, Chi ha paura di Virginia Woolf?, tratto dal dramma di Edward Albee, con Elizabeth Taylor e Richard Burton, che in forma ridondante raccontava la crisi dell’istituzione borghese della famiglia.

L’anno dopo il fortunatissimo Il laureato che, con felice preveggenza, raccontava il disagio giovanile con un anno d’anticipo rispetto al ’68. Dopo i “ribelli senza causa” introversi alla James Dean, il personaggio ritratto dal quasi esordiente Dustin Hoffman era invece un ribelle con cause precise, che rifiutava le aspettative sociali che famiglia e ambiente riversavano su di lui. Nichols seppe anche costruire un linguaggio cinematografico più sciolto: come nel famoso finale nel quale, dopo che Hoffman e Katharine Ross hanno mandato all’aria il matrimonio, il regista indugia in un lungo piano fisso sui loro volti, documentando sia l’entusiasmo per la coraggiosa scelta che dubbi e presentimenti di fallimento.

Sono quelli gli anni migliori del regista, che nel 1970 girò Comma 22, satira antimilitarista tratta dal best seller di Joseph Heller – “chi è pazzo può chiedere di essere esonerato dalle azioni di guerra, ma chi chiede di essere esonerato dalle azioni di guerra non è pazzo” –, gemella dell’altro attacco all’istituzione dell’esercito dello stesso anno, M.A.S.H. di Robert Altman. L’anno successivo fu la volta dello scioccante Conoscenza carnale, in cui Jack Nicholson e Art Garfunkel parlavano con franchezza di sesso e rapporti con le donne, rivelando la misoginia profonda della cultura americana.

Il clamoroso fallimento di Due uomini e una dote (1975) lo allontanò dal cinema, al quale tornò dopo quasi un decennio, con un film di impegno civile, Silkwood (1983). Poi tra drammi e commedie cercò di raccontare l’edonismo e l’euforia del successo degli anni Ottanta, in film come Una donna in carriera (1988) e il sottovalutato A proposito di Henry (1991), un melodramma nel quale l’avvocato rampante interpretato da Harrison Ford cambia vita solo dopo aver perso completamente la memoria. Come a dire che la “seconda possibilità”, grande mito americano, è realizzabile solo a patto di cancellare l’aggressivo modello sociale dominante.

Degli ultimi anni più di Closer (2004), quasi un aggiornamento di Conoscenza carnale, il lavoro più impegnativo fu Angels in America (2003), serial tv di grande impatto negli Stati Uniti, che raccontava con ridondanza ma coraggio stilistico gli anni Ottanta sconvolti dall’Aids. A testimoniare che la volontà di presa sulla realtà restò sempre una costante di Mike Nichols.

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