Michael Fassbender è Frank, il cantante con la faccia di cartapesta

Bravo e coraggioso l’attore tedesco in un difficile ruolo. Il film, ispirato a una storia vera, vuole essere una riflessione sulla società dello spettacolo, l'identità e la maschera. Ma ha l’aria irritante da indie movie saccente.

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Frank è il leader di una rock band d’avanguardia dal nome impronunciabile, i Soronprfbs. Indossa perennemente una grande testa di cartapesta dagli occhioni buoni e fiduciosi. Il resto del complesso non è meno bizzarro: da Don, feticista di manichini con tendenze suicide, a Clara (Maggie Gyllenhaal), antitesi di tutto ciò che è mainstream, innamorata dell’insuccesso e dell’uomo di cui non conosce il volto.

La defezione di un musicista catapulta nella band Jon (Domhnall Gleeson), pacato ragazzotto dalle velleitarie ambizioni musicali. Il gruppo si isola per 18 mesi in una baita irlandese per registrare il nuovo disco. In quella reclusione Jon subisce il fascino di Frank, enigmatico e instabile ma dal grande talento creativo. A insaputa degli altri, Jon pubblica su youtube le session del complesso, che acquista notorietà e viene invitato al South by Southwest, il celebre festival musicale di Austin, Texas. Decidono di partecipare, galvanizzati dal possibile successo – almeno Frank e Jon. Ma le cose non andranno come sperato.

Lo spunto di partenza di Frank, la pellicola di Lenny Abrahamson, è reale: la storia si ispira a Frank Sidebottom – alter ego del cantante Chris Sievey, di cui lo sceneggiatore del film Jon Ronson è stato tastierista –, che si esibiva indossando una testa di cartapesta quasi identica a quella di Frank. Il carattere problematico di Frank viene da un leggendario folksinger underground americano, Daniel Johnston. E la musica ostinatamente rumorista dei Soronprfbs fa pensare ai geniali Sonic Youth.

Frank è ovviamente un film sull’identità e sulle diverse forme di mascheramento sociale, compresi i social network all’origine dell’effimero successo del complesso, che piace proprio perché composto da improbabili freaks. Ma come ritratto della società dello spettacolo il film è risaputo: viviamo in un mondo di simulacri, dice Abrahamson, è per questo che il pubblico si appassiona a quel grado zero del simulacro che è un cantante in maschera. Naturalmente internet è un’aggravante, perché amplifica lo svaporamento della realtà e ci rende spettatori distratti e superficiali.

È già visto anche il ritratto dell’America profonda, scrutata con uno sguardo surreale e impassibile che vuole denunciarne la natura artificiale, come di realtà degradata a copia – lo aveva spiegato, meglio, True Stories di David Byrne.

Più interessante è il discorso sulla creatività: Jon accetta di sottoporsi all’astio di un gruppo che non lo ama perché pensa di aver bisogno di soffrire per trovare l’ispirazione. “Qui ho trovato la mia infanzia infelice e il mio ospedale psichiatrico”, dice dei mesi passati nella baita. Ma davvero dolore e follia sono il motore della creatività o piuttosto ne rappresentano un ostacolo? Frank è un artista perché folle o nonostante la sua bizzarria?

Bravo a lasciare nell’ambiguità la risposta al quesito Fassbender, artefice di un’intelligente interpretazione da antidivo, che naturalmente ne incrementerà il fascino da star; e ottima la Gyllehall che sposa con entusiasmo la parte della sacerdotessa dell’alt-rock più intransigente.
Ma alla fine Frank è un film che lascia interdetti, per quel sapore fin troppo compiaciuto da indie movie saputello e saccente.

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