Belluscone, una storia siciliana: Silvio Berlusconi secondo Franco Maresco

Dopo il premio speciale al festival di Venezia, esce nei cinema il film del creatore di Cinico Tv. Che cerca di raccontare il rapporto tra Berlusconi e la Sicilia lontano dagli stereotipi giudiziari. Riuscendoci solo in parte.

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Belluscone, una storia siciliana, il film di Franco Maresco da ieri nelle sale, ha ottenuto il Premio speciale della Giuria nella sezione Orizzonti al festival di Venezia. Ottimo: ma il film è una mezza delusione.

Dal visionario creatore di Cinico Tv non mi attendevo l’ennesima ricostruzione giudiziaria della vita del cavaliere, ma un’opera che finalmente raccontasse “il Berlusconi che è in me”, per dirla con Gaber. Le premesse c’erano: Belluscone è costruito come un fallimento, il film abortito di Maresco sul berlusconismo in Sicilia. Parte dall’arrivo a Palermo del critico Tatti Sanguineti, preoccupato da un messaggio telefonico in cui il regista dichiara di abbandonare il progetto e poi sparisce.

Sanguineti vede le centinaia di ore di girato per capire cosa Maresco stesse facendo. La vicenda era incentrata sul promoter musicale Ciccio Mira e su due cantanti neomelodici della sua scuderia, Toti De Castro e Vittorio Ricciardi, che compongono insieme il brano Vorrei conoscere Berlusconi. Ma i cantanti litigano sulla paternità della canzone e diffidano il regista dall’usarla; Ciccio Mira è amico degli amici e viene arrestato; e allora l’autore, viste pure le dimissioni di Berlusconi da presidente del Consiglio, si fa prendere dallo scoramento.

Il film è volutamente presentato come non finito: all’insegna di Orson Welles, che aveva fatto del fallimento una filosofia sin da Quarto potere, dove il tentativo di spiegare il carattere di un uomo si risolve in un nulla di fatto. Questa l’intuizione che poteva rendere geniale Belluscone: quale vita più enigmatica infatti di quella di Berlusconi, che in trent’anni di televisione e politica ha plasmato l’identità e i sogni degli italiani? La cui vicenda non può  essere riportata come un semplice accumulo di fatti: ma va trattata come una seduta psicanalitica, che ci riguarda nel profondo e ci chiama in causa.
Perfetta quindi l’intervista evasiva di Dell’Utri: non per omertà, è che le domande che pretendono di svelare il mistero restano sempre senza risposta. E dove se qualcosa sembra emergere, persino il microfono si rifiuta di registrarla. O l’incontro col pentito Gaspare Mutolo che parla indossando una maschera: perché nella vita ognuno recita una parte e allora il collaboratore di giustizia è il più attore di tutti. Poi però Maresco si impantana in una cronaca già vista, tra processi, sentenze, trattativa Stato-mafia, Berlusconi e Bontate, Berlusconi e Mangano, i fratelli Graviano. E smarrisce il suo linguaggio cinematografico, affidandosi a brani di repertorio dei telegiornali, manco fosse Report.

E perché chiede a tutti i siciliani se esiste la mafia? Vuole dimostrare che c’è una cultura dell’omertà tra la gente comune? Non sarebbe una grande scoperta. Forse gli serve per distinguersi da loro: quei palermitani che pure ama moltissimo, ma di cui inevitabilmente fa emergere pochezza e malafede. Ma questa è l’operazione condotta negli ultimi vent’anni da molti mezzi di informazione, “Repubblica” in testa, per raccontarsi la confortevole storia dell’Italia migliore contro la peggiore. Che i campioni del ceto medio neghino il Berlusconi che è in noi è scontato. Non mi aspettavo lo facesse Franco Maresco.

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