Le cose belle: Napoli non è solo Gomorra

Esce nei cinema il docu-film di Ferrente e Piperno: un intenso ritratto dal vero di quattro ragazzi napoletani

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Le cose belle: un titolo programmatico per il singolare documentario firmato da Agostino Ferrente e Giovanni Piperno, che arriva nei cinema dal 26 giugno dopo aver ottenuto prestigiosi riconoscimenti, tra cui la segnalazione speciale al Nastro d’argento 2014 come miglior docu-film. Al centro del racconto quattro ragazzi napoletani, le cui vicende reali sono state seguite in due momenti diversi. Il primo blocco risale al 1999, quando i due registi girarono Intervista a mia madre, un documentario prodotto dalla Rai, protagonisti gli adolescenti Fabio, Enzo, Adele e Silvana. A partire dal 2009 sono tornati a raccontare quelle vite, ormai di giovani adulti: per capire cosa ne fosse stato di loro e della città, passata dalle speranze del Bassolino sindaco e dal Rinascimento napoletano a Gomorra e alla crisi dei rifiuti.

Le quattro storie divengono una radiografia di Napoli, senza però indulgere in toni sensazionalistici o denunce posticce. La città è mostrata nei suoi guasti, criminalità e periferie comprese: ma con il rispetto e pudore che si deve a vicende di giovani donne e uomini che si barcamenano tra precarietà del lavoro e desiderio di una vita migliore.

I registi mescolano sapientemente vecchie e nuove immagini e non stride l’accostamento, nonostante le differenze stilistiche. Più essenziale e documentaristico il lavoro del 1999, più meditata e prossima a una forma cinematografica la parte contemporanea. L’amalgama si ottiene grazie alla capacità di mettersi in gioco dei ragazzi: emergono le storie di Silvana, segnata dal fratello in carcere, e di Enzo, che da ragazzino canta nei ristoranti e una volta cresciuto lavora come venditore porta a porta, decidendo di non cantare più.

La canzone napoletana è un collante che dona equilibrio al racconto, molto più che una semplice colonna sonora: da Passione – che ritorna in versione classica e contemporanea – a Gigi D’Alessio, da Murolo alla dura ’A storia ’e Maria di Franco Ricciardi e Ivan Granatino. Il rapporto con la tradizione musicale segna nel profondo i protagonisti: le canzoni li aiutano a entrare in contatto coi propri sentimenti e raccontano lo scorrere del tempo individuale e collettivo.

Le cose belle ritrae Napoli come un pezzo di mondo, con difficoltà che appartengono, fatte le dovute differenze, a tutto il paese. Una città che possiede anche sprazzi di modernità –l’accettazione del diverso e della famiglia allargata – e capacità di riscatto: testimoniata simbolicamente da Enzo, che alla fine sceglie di tornare a cantare. Il passaggio del tempo viene scandito dal modo nuovo in cui interpreta Passione, più maturo e dolente, ma non per questo rassegnato.

Le cose belle è un lavoro indipendente, prodotto dai registi, Antonella Di Nocera e Donatella Francucci, con il contributo della Regione Campania e di Pasta Garofalo. Ha il ritmo di un film di finzione, ma mantiene del documentario quel sapore di work in progress, che sa avvantaggiarsi delle magnifiche casualità della vita vera. Chissà che tra una diecina d’anni Ferrente e Piperno non decidano di arricchire il loro progetto di un nuovo capitolo.

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